Patch

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lunedì 29 gennaio 2018

AAA Cercasi AIUTO

Ho delle difficoltà oggettive evidenti, come ad esempio quella di non capire una beata minchia! Diciamo le cose come stanno.
Stamattina era sostanzialmente libera e quindi avrei potuto prendermela con calma, considerando che durante la notte non avevo dormito causa gattara fuori dalla finestra.
Nulla di grave, faccio colazione e arriva il capo della baracca che mi chiede un po' come va. Iniziamo a parlare di politica, leggi, prostituzione, abusi.. insomma, quelle cose di cui parli davanti ad un caffè (solubile) che è più zucchero che il resto - sto diventando ciccia - e che ti portano a parlare del tuo Paese, alchè non puoi non fare confronti. Vedo che comunque non siamo messi bene ed è una realtà oggettiva. Mi chiede se sono mai stata in Olanda e rispondo che sono stata ad Amsterdam due volte. Parliamo di come funziona la prostituzione in quel posto, per quello che io posso sapere e aver visto. Facciamo paragoni e conveniamo che vendere il proprio corpo NON E' UN CAZZO DI LAVORO!
In ogni caso l'appuntamento di oggi, dopo pranzo, prevedeva l'incontro con adulti e devo ammettere che alcuni sono veramente proattivi. 
Abbiamo fissato la data per un lavoro che devono tenere con me - AIUTO - e si sono iscritti al laboratorio in 10... DIECI! Ho l'ansia galoppante che mi accompagnerà fino al 2 febbraio.

Ho già detto AIUTO?!

domenica 28 gennaio 2018

La creatività corre in Jeepney

No, non sto cambiando abitudini e diventando un'assidua scrittrice di cavoli miei. Semplicemente devo tener traccia delle mie giornate ed il modo più veloce di farlo è questo, considerando poi che questo blog non se lo fila nessuno, posso stare in pace con il mondo e scrivere anche il best seller dell'anno che tanto tre F.
MA MEGLIO! Nel mentre ho capito che l'unico fan club a cui posso aspirare è quello delle zanzare, che mi amano proprio. Quando mi vedono arrivare iniziano con gli applausi, ma quelli che durano 30 minuti, però!!!
A parte questo excursus, durante la giornata mi appunto cose sul notebook del cellulare e poi a fine giornata vedo di ricavare due pensieri sensati. Stessa cosa per le foto, che ne faccio 200 e me ne piace una (che ovviamente non pubblico).

La giornata inizia presto, orario filippino, con un jeepney al volo per una nuova barangay.

Spiego brevemente cosa sono i jeepney. Durante la ritirata dalla guerra, gli americani lasciarono una miriade di camionette militari che prontamente i filippini accomodarono come minibus (contengono sulle 20 persone o qualcosa in più alcuni). Esattamente non mi è chiaro dove siano le vere e proprie fermate, ma se metti fuori il dito per indicare di quanti posti hai bisogno, di solito si fermano. In realtà si fermano anche quando non hai bisogno, se hanno dei posti liberi, perchè devono riempire. I jeepney non si chiamano con un fischio, nemmeno i taxi o i trycicle - questi ultimi si chiamano con un ssshhht o con il suono di un bacio prolungato (come quanto chiami il gatto). Le corse variano dagli 8 ai 25 pesos, o così finora ho pagato, in base alle distanze e se sono climatizzati o meno.

Detto questo, dopo un jeepney ed un trycicle si arriva a destinazione. Improvvisiamo in mezzo alla strada la classe e si comincia, come il giorno precedente, a fare presentazioni e giochi.
Come al solito i bambini sono fantastici e fanno cerchio intorno, finita la lezione, per chiedermi un sacco di cose. Quella che è una delle leader, vuole fare qualche selfie con me e mi parla del suo sogno di andare in Spagna. Ha 18 anni e vorrebbe visitare Barcellona.
Ora dei saluti e ci accompagnano a prendere il prossimo trycicle per un'altra sezione di barangay e per la seconda e ultima classe.
Durante l’ultima lezione, entriamo in una ex scuola con sedie e lavagna. Non ci par vero avere uno spazio così agevole e non essere per strada o in un anfratto. 
Sul muro una scritta che dice “creative minds have always been known to survive of any kind of bad training”. 
Le menti creative. Ho sempre pensato alla creatività come a qualcosa che tu stesso devi creare dal nulla, come quando facevo decoupage o il mio pensiero va sempre alla mia amica Flavia che con una lattina riesce a fare collane e orecchini. Ecco, per me quella è sempre stata la creatività e non mi sono mai ritenuta una persona molto creativa. 


Leggendo questo cartello invece mi si è accesa una lampadina e ho pensato a tutte le volte che mi sono creata una scappatoia per raggiungere un posto col minor costo possibile o come venir fuori da qualsiasi situazione indenne o chissà che. La parola creare la vedo spesso nelle cose che faccio e non è poi così vero quello che penso e cioè che non sono una persona creativa. A mio modo lo sono.
Come i filippini, che da un camion militare hanno creato un mezzo di trasporto per civili.. e anche colorato!

sabato 27 gennaio 2018

Un diam... sorriso è per sempre

Sai quando ti svegli e pensi che è sabato e che quindi passerai una giornata tranquilla perchè hai il bucato da fare, poi fai colazione con calma, ti docci con calma, pulisci un po' camera con la musica latina a palla... ecco, dimentichiamoci tutto questo perchè qui in associazione il sabato e la domenica sono i giorni di gran fermento, dove si va "sul campo".
Peccato che, come ben sanno anche i muri, io non abbia memoria e quindi me n'ero completamente dimenticata, per cui mentre mi appresto a fare quanto sopra, con calma, ricevo un messaggio da una volontaria con scritto "Sto arrivando. C'è traffico" e qui mi è partito un Occazzo!
Lascio i panni in ammollo (per tutto il giorno) e partiamo dopo poco verso il primo barangay.
La strada principale è una Highway ed è costeggiata da palme e ibiscus. Figo, mi viene da pensare. La zona è bella, dai.
Giriamo dentro una vietta e il taxi si ferma.. Da ora a piedi ragazzi! Va beh, niente di male a parte lo scenario da "Il piccolo Lord" mentre passa nel Vicolo del Conte (sì, con Marcellino pane e vino, il piccolo lord è uno dei miei film preferiti!).
Passiamo in mezzo a rigoli di acqua, gente che lava le bottiglie di vetro in grossi catini, cani, galli al guinzaglio, gatti, papere, adulti che cercano pidocchi in testa ai loro bambini, bambini che piangono e corrono scalzi o senza vestiti, genitori troppo giovani per esserlo, adulti che preparano i loro carretti per andare a vendere cerpame.
Arriviamo preso questa autorimessa che sta in piedi con lo sputacchio di quelli che ci abitano. Dentro il negozio di questa barangay. Un minuscolo 4 metri quadrati con un frigo, qualche genere alimentare appeso e la TV che parla.
Mi fanno sedere al posto d'onore e chiedo se posso scattare qualche foto.
I bambini mi guardano con gli occhi sorridenti e voglio parlarmi e chiedermi tutto, allora mi introducono e parlo un po' di me.
Mi chiedono perchè sono così alta rispetto ai filippini, perchè ho i piedi così corti rispetto a loro, cosa faccio nella vita, dove ho studiato, quanti anni ho, se ho bimbi e se sono sposata (il mio anello fa sempre il suo dovere), cosa faccio nelle Filippine e quando torno in Italia. Non smettono di sorridermi.
Guardano la mia reflex e gli chiedo se vogliono provarla. Fanno cenno di no, hanno paura di romperla e qui, come da noi (o almeno in casa mia) non si toccano le cose degli altri. Dico che non c'è nessun problema e gliela imposto sul manuale. Gli spiego che devono guardare nell'obiettivo, prendere la mira e schiacciare il bottoncino. Uno per uno, con estrema cura e attenzione, se la fanno passare tra le mani e provano a fare una foto tra di loro, vedendo poi il risultato e facendosi grasse risate.
Bene, ragazzi, è ora di iniziare la lezione però. Terminata l'ora si fa una merenda e si passa alla prossima barangay. Ma non prima di un selfie -a richiesta- e di un abbraccio ai bambini dal quale non mi sarei più staccata.
La successiva zona è simile, ma la casa che ci ospita è con una bella vista sul fiume - ergo quando piove le case si allagano - e l'età media si alza di parecchio.
Qui si parla agli adulti. Si parla di leggi, advocacy, si pianificano incontri futuri per collaborare a far crescere la consapevolezza dei diritti umani. Anche qui si tirano le somme, insomma.

Ma domani è un altro giorno e un'altra barangay. YEAHHHH

mercoledì 24 gennaio 2018

Ma in che epoca viviamo?

Fermandomi in questa città per un periodo abbastanza lungo, ho deciso di inviare a casa uno scatolone di vestiti e oggetti che non mi serviranno per continuare questo viaggio. Ho preferito alleggerirmi di qualche chilo (oltre che di un centinaio di euro.. puttana la miseria), così da viaggiare più libera. Il peso dei due zaini era arrivato a 17/18 kg, che per un peso piuma come me non è affatto poco. Dover fare anche solo 4 km a piedi era diventato impegnativo, per non parlare degli scalini. Un supplizio.
Per cui stamattina, dopo aver partecipato ieri ad una riunione infinita su argomenti super interessanti su pornografia, pedofilia online, opinioni su come contrastarla e discorsi sul governo filippino, oggi si va in posta.

Ma tornando al governo filippino. Il loro primo ministro, Duterte, non si capisce se è ben visto o meno. Un po’ come da tutte le parti del mondo, c’è una fetta che lo appoggia ed una che lo vorrebbe destituito. Qui siamo sotto Martial Law in questo periodo. Già da Marcos lo erano, ma poi è stato assassinato, sulla scaletta del suo velivolo, ancor prima di toccare terra. Era un dittatore e il regime indetto da lui e sotto il suo periodo di Martial Law è stato sanguinolento e senza ragioni. Non tanto meglio è quello indetto da Duterte. Ora, alcuni lo appoggiano perché attraverso questo mandato, riesce a far piazza pulita, dove leggiamo tranquillamente sparare ad altezza bambino, di spacciatori e contrabbandieri, mentre altri vedono una privazione e manipolazione dei diritti umani. Avendo indetto questo periodo davanti alle Nazioni Unite, e avendo queste ultime i mezzi, grazie al passato filippino, di quali possono essere le conseguenze portate da questa scelta, perché allora permetterglielo?
Come può un’istituzione importante come le Nazioni Unite, che dovrebbe fare l’interesse delle Nazioni, come dice la parola stessa, accettare un simile movimento, per giunta illegale, che va a strangolare i diritti degli uomini, sterminando attraverso un’idea di una sola persona, tante famiglie. Al di là dei traffici illeciti che possono essere gestiti in altro modo, meno cruento.
Non è possibile concepire un sistema tanto alienante, anche nei confronti di chi non ha commesso nulla, con la paura che un giorno, per un semplice scherzo del destino, qualcuno ti bussi alla porta per la seconda volta e decida di assalire te e la tua famiglia.
E’ un sistema corrotto, dove all’interno del governo si è imparentati (niente di nuovo sul fronte) e dove il primo ministro prende uno stipendio “onesto”, ma che non gli permetterebbe lo stile di vita che effettivamente ha.

In realtà le leggi marziali sono state rinvenute per gestire la regione di Marawi, in Mindanao, che è a prevalenza islamica e quindi per ”gestire” la problematica isis. Nell’isola non c’è un clima di militarismo, non si notano agenti in divisa da nessuna parte se non dove ci sono i check-point agli ingressi della città, però la sensazione di non essere completamente liberi si respira nell’aria. 

domenica 21 gennaio 2018

E i diritti umani?!


Sono arrivata a Davao City, lasciando un posto paradisiaco a dir poco. 
Palawan non ha grossi problemi, diciamocelo. Se ti accontenti di dormire per poche centinaia di pesos, ti capiterà di fare la doccia nel cesso, con un mestolo. Però avrai pur sempre un letto con lenzuola pulite. I bancomat funzionano a rate e non sono sempre carichi per contenere le richieste di tutti i turisti. E’ un’isola turistica, ma non ancora così tanto di massa, o forse è soltanto che non è alta stagione.
I rigagnoli che costeggiano le strade emanano un odore, voglio pensare, simile allo zolfo e le case non sono altro che pezzi di lamiera e legno posizionate alla bell’e meglio. Un fiume di tuk-tuk scorre notte e giorno avanti e indietro alla ricerca di turisti a cui fare la cresta.
Davao non è ai livelli di Manila e del suo traffico, ma non è da meno.
Qui i problemi ci sono. Ci sono zone in cui è meglio non andare, nemmeno di giorno. C’è il problema della droga. Qui i poliziotti ti danno un primo avvertimento - secondo le leggi di Duterte - bussando alla porta e dicendoti di lasciar perdere. Qui i poliziotti che ti bussano una seconda volta alla porta, per lo stesso motivo, hanno in mano un mitra e lo usano senza chiedere il permesso, ma solo perché hanno il sentore che tu non hai capito il primo avvertimento. Qui se i poliziotti entrano in casa quando lo spacciatore è seduto a tavola con il suo bambino e decidono di sparare e uccidere anche il figlio, beh, pazienza. Qui non è permessa una piantina di marjuana in casa, nemmeno per uso medico. Qui si smette presto di studiare, perché c’è da lavorare e se il lavoro consiste nell'andare sulle strade o di essere coinvolti nel traffico di persone, non ci si può lamentare.

Qui si prova ad andare avanti e a far qualcosa, sempre con il sorriso e sempre cantando.

giovedì 11 gennaio 2018

Punti e punto

Io non ho punti fermi nella mia vita.
Non ho un lavoro che mi leghi ad una routine e che mi indichi dove devo andare tutti i giorni.
Non ho una casa, dove la sera tornare e dove trovare calore e certezze, ma ogni giorno ho un cuscino nuovo dove appoggiare la mia testa.
Non un amore al quale affidare i miei sorrisi o le mie lacrime, uno di quelli che ti sta vicino sia nei momenti belli che in quelli brutti.
Non sento di appartenere al mio Paese natio, nonostante mi manchino i paesaggi.
In questo momento sento tutto così lontano da me che mi sento senza radici, senza nulla. Mi sento il nulla.
Mi sento mancare tutto. Non so esattamente la direzione che sto prendendo, ma sento che potrebbe essere quella giusta.
Quello che invece ho, ma che costantemente allontano, sono gli amici e la famiglia. Una famiglia sgangherata, ma che ora che sono lontana, so che c’è e me ne rendo conto di più di prima. Anche se loro sanno che io non voglio essere “disturbata” e quindi si fanno sentire poco e io lo stesso con loro. Forse per soffrire di meno o forse proprio perché il ricevere un loro messaggio una volta ogni tanto è come una festa e lo valorizzo di più.
Gli amici, li sento spesso e alcuni tutti i giorni. Mi tengono compagnia e aggiornata su quello che succede. La cosa più bella è sentire che la loro vita va avanti, che stanno bene, ricevere le foto dei loro figli che crescono e dei loro progetti che si realizzano. Mi mancano anche loro. Mi mancano le serate in compagnia a bere un tè a casa dell’una o dell’altra. Un’uscita fotografica, una cena, un aperitivo in piazza a raccontare del nulla e ridere come pazzi.
Mi manca ridere di gusto, con loro.
Mi manchi tu. Oggi ho rinvenuto dal fondo dello zaino la tua lettera. Non che non rileggessi i messaggi che mi mandavi, ma quella lettera è una poesia, come mai ne ho lette. Sembra così vera e piena di significato, ma così non è. Non lo è più e anzi, come hai detto tu, sei stato portato a scrivere in preda ad emozioni. Ora tu stai andando avanti con la tua vita, con le tue scelte, che non includono più la mia presenza, nemmeno quella silenziosa, fatta ogni tanto di un messaggio mandato al volo. 
Siamo due entità separate, e non che prima non lo fossimo, ma è tutto così lontano. E’ tutto così relegato in fondo al cuore ed in un angolo della mente. Questo deve essere o dovrebbe essere. Eppure non c’è giorno che passi senza che tu sia presente dentro di me. Continuo a ripetermi che devo essere felice se tu lo sarai. Non mi sembra forse vero che possa esserci una fine tra due persone come noi. Ma come al solito, la mia mente annebbiata dai sentimenti, parla a sproposito, e tutto sarà più chiaro quando questa foschia si sarà diradata, un giorno. Ma nel frattempo io sono qui che mi arrovello la mente in mille pensieri e non so come uscirne.
Sono certa che se tu sarai felice, lo sarò anche io. Non posso fare altrimenti, perché sono fatta così e alla fine mi rallegro sempre per gli altri e vedere un sorriso su qualcuno che ami, è il regalo più bello che si possa avere.
E poi ci sono io, in un angolo però, che soffro. E non smetto di soffrire.

E la verità è che ci credevo, ma mi sbagliavo.

lunedì 8 gennaio 2018

Next stage: Philippines Project

Spiegherò brevemente cosa andrò a fare nelle Filippine.
Dopo una settimana in cui finalmente potrò visitare quel paradiso tanto agognato che è l’isola di Palawan (e per la quale ho rotto le palle a mezzo mondo), mi dirigerò sull’isola di Mindanao, a Davao City.
Mindanao non è tutta rose e fiori ed è forse per questo che una importante associazione ha deciso di convergere su questo Paese, in particolare su questo territorio.
Cosa farò?
Mi cimenterò in qualcosa, anche se ancora non so che cosa. Quello che so è che darò tutta me stessa in questo progetto. Perché è quello che voglio, che serve a me e a loro.
Quanto tempo vi dedicherò?
Tutto quello che serve. L’impegno in ogni caso è previsto per 3 settimane, per questioni di visa free, ma chissà.
Chi è l’associazione?
Si tratta dell’ECPAT (End Child Prostitution in Asian Tourism), che contattai qualche anno fa per via della mia tesi di laurea, la quale fu rigettata per argomenti di cui nessuno vuol sentir parlare. Ma io sono testarda come un mulo e ne parlo! Perché questa è la parte del turismo che non tutti sanno e che non va taciuta.

Il mio interesse per il turismo nasce da non so nemmeno quando. Un giorno, per caso, presi una rivista che leggeva solitamente di mio fratello e che riportava un articolo sul Vietnam e quello che le donne ed i bambini avevano subito e continuavano a subire. Mi toccò molto nel profondo. Ero piccola e mi immedesimai da bambina e da futura donna. Credo sia partito tutto da lì. Ma il tempo dà e il tempo prende e così ora è arrivato il momento. No, non salverò il mondo, questo è chiaro come l’acqua, ma se anche il solo spostare uno spillo può far qualcosa, bene, lo farò.

Ho voluto attendere che le carte fossero sul tavolo prima di parlarne apertamente. Nonostante qualcuno lo sapesse a spizzichi e bocconi.

E qui vorrei RINGRAZIARE le persone, che non starò a citare, che mi hanno ascoltata, aiutata e sostenuta in questa scelta. 

venerdì 5 gennaio 2018

Il caso non esiste

Ci sono quei giorni in cui non hai voglia di fare niente e passi oziando nel tuo piccolo spazio ritagliato in un ostello pieno gonfio di gente da tutte le parti del mondo.
Ti senti anche un po’ in colpa perché c’è tanto mondo là fuori che aspetta te e merita un po’ del tuo tempo. 
In questi giorni in cui ho vagato per la parte orientale dell’isola di Kyushu, in attesa di trasferirmi sul lato occidentale e poi finalmente prendere un volo per una nuova nazione, dovrei forse far qualcosa di più costruttivo.
Invece mi ritrovo con in mano un pc a scrivere, leggere Terzani, leggere email, organizzare qualcosa di sensato per il futuro, che per me è da interpretare come il prossimo mese.
Ho tante di quelle domande in testa a cui non riesco a trovare risposta. Vorrei averle subito queste risposte, ma mi continuo a ripetere di stare calma e che tutto arriverà da sé, un po’ per volta, un passo davanti all’altro.
Pensando alla giornata di ieri però sorrido e mi accorgo che tutto sommato, e forse me ne rendo conto di più ora che sono più concentrata sulla sincronicità degli eventi, sono molto più connessa ora a qualcosa. Che discorso strambo, ma noto che alle volte basta un pensiero indirizzato nella parte giusta e subito ecco la risposta che arriva. Stavo camminando per strada, cercando di raggiungere un luogo. Una passeggiata facile, di mezz’ora, ma riflettevo sul fatto dell’autostop. Il non averlo mai fatto e non essermi mai fidata di nessuno, da questo poi ho iniziato a vagare pensando alla fiducia riposta nelle persone e altre cose simili. Al fatto che se fossi appesa sopra un burrone, prima di afferrare quella mano tesa in segno di aiuto, la guarderei con sospetto. Non è bello vivere così, questo è fuori da ogni dubbio. Comunque, questi pensieri vengono interrotti da un’auto che accosta e mi chiede dove vado. Alla mia risposta, mi fa segno di salire e non me lo faccio dire due volte. Inutile dire che non si accettano passaggi dagli sconosciuti, ma questo fa parte del viaggio, il cambiare prospettiva e idea, che ultimamente mi succede spesso, e il fatto ha voluto che mi fossi chiamata questo passaggio in auto, a quanto pare. Stesso passaggio che mi è stato concesso per il ritorno. Infatti non mi è ancora chiaro se quell’uomo mi stesse aspettando o mi tenesse d’occhio, ma tant’è. Mi ha fatto tenerezza quella ricerca di scambiare due parole con uno straniero, il fatto che abbia voluto una mia foto e mi abbia accompagnata alla stazione.
Mi da un senso di solitudine a volte questo Paese. Alla mattina tutti si svegliano non più tardi delle 7, quando gli altoparlanti suonano una musica dolce per le strade. Alla sera gli stessi altoparlanti ti avvisano dell’orario del tramonto, invitandoti a rientrare. Tutti sono impegnati nella  corsa alla modernizzazione, al fatturato, alla puntualità, tralasciando il calore. Beh, chiaramente il Giappone non è conosciuto per la qualità di calore che si trasmette tra le parti, però mi da tutto questo senso di grigio.
Alle volte mi chiedo se c’è mai stato un Giappone reale, antico, di quelli dove c’erano i samurai, gli imperatori. Forse tre mesi non sono poi così tanti, anzi, senza dubbio sono pochi, per conoscere un Paese. O forse è semplicemente questo il prodotto finito del Giappone che la stessa successione di imperatori e samurai hanno creato. Poi però pensi allo Shikoku e alla loro gentilezza e ospitalità e alle isole Ryukyu dove i sorrisi si regalano generosamente a chiunque e capisci che tutto sommato, anche qui ci sono le due facce di una stessa medaglia.
Per quanto riguarda il prossimo Paese, i contatti stanno prendendo forma e forse entro domenica, avrò una risposta, così da poter pianificare il viaggio.

La parte emotiva è comunque quella più difficile da gestire, in tutto questo e sono sempre più convinta che la felicità che io desidero in questo momento, stia ancora viaggiando su un binario parallelo. Chissà se prima o poi i binari si incontreranno, magari nella stessa stazione, dove poter scendere da questo treno in corsa e poter godermi quello a cui aspiro.

lunedì 1 gennaio 2018

Un nuovo anno

Questo primo giorno dell’anno, seppur simbolico, lo dedico a te. Che tra i nonostante tutto e i tutto sommato, troviamo il modo di camminare, insieme.